Scritto da wildwanderer
L'ultimo esame di Michela, parte 2
1174 parole
Buongiorno, domani mattina alle 10:00 venga nel mio ufficio.
Quando Michela lesse la mail, si sentì di nuovo sprofondare. Cosa voleva Rivelli? Aveva fatto tutto quello che volevano, ora basta. No, tra un mese si sarebbe laureata e Rivelli era in commissione, non poteva rischiare. Il giorno dopo alle 10:00 bussò all’ufficio di Rivelli.
- “Buongiorno, si accomodi prego”
L’ufficio era più grande di quello di Arbogoni, e oltre alla scrivania, c’era anche un divano. Mentre Michela si sedeva sulla sedia davanti alla scrivania, Rivelli chiuse la porta a chiave.
- “Mi scusi professore, perchè mi ha conv”
Ma il professore aveva già tirato fuori il cazzo e glielo aveva messo davanti alla faccia
- “La prego basta, ho fatto tutto quello che volevate!” - “Proprio tutto non mi pare…”
Rispose Rivelli che con una mano sbattacchiava le sbattacchiò il cazzo in faccia e con l’altra le prese un seno. Michela, in lacrime, non potè fare altro che aprire la bocca e succhiare la cappella di Rivelli:
- “Quante storie signorina, si impegni e metterò una buona parola per lei con Mesaldi”
La cosa non piacque affatto a Michela, perchè se poteva mettere una buona parola con il direttore della magistrale, Rivelli poteva metterne anche una cattiva e non farla entrare. Dopo un po’ che succhiava, lo aveva inumidito fino a metà e Rivelli la fermò:
- “Venga, venga sul divano”
Il professore la condusse davanti al divano con una mano dietro la schiena. Quando furono lì davanti, le prese la testa e le infilò la lingua in bocca, stringendo la studentessa per sentire le sue tettone premere contro di lui, mentre le palpava il culo morbido. Michela lo lasciò fare senza entusiasmo.
Poi le infilò una mano nel jeans da dietro, insinuando un dito nella fichetta umida e facendola sobbalzare. Fece per toglierlo, ma Michela non voleva:
- “No la prego, basta” - “Pensi alla magistrale”
Rivelli le tolse i jeans e poi le mutande, lasciandola solo con il maglione:
- “Si metta sul divano”
E la fece mettere a pecora sul divano con le braccia poggiate sulla spalliera. Messa bene in posizione, si mise dietro di lei e fece entrare la cappella dentro di lei:
- “Aaah! Mi fa male!” - “Aveva ragione Arbogoni, è stretta. Si rilassi”
Rivelli la prese per i fianchi, facendo entrare il suo cazzo gigante quanto poteva, mentre la povera Michela urlava di dolore:
- “Se non la smette di urlare qualcuno da fuori potrebbe riconoscere la sua voce”
Michela, resasi conto di quanto rumore stava facendo, si zittì immediatamente. Di diventare la troia della facoltà proprio non ne aveva voglia. Rivelli le sfilò quel poco di cazzo che era riuscito a buttarle dentro e fece stendere la ragazza. Le salì sopra, togliendole anche il maglione e gustandosi i meloni di Michela.
Scese con la bocca passandola su tuttto il corpo della studentessa, arrivandò fino alla sua fica. Poi la lambì, inziando a leccarla golosamente. Michela divenne un lago, Rivelli la leccava proprio bene. Quindi le infilò anche un paio di dita dentro, e lei iniziò ad ansimare sempre più forte. Lentamente la stava portando all’orgasmo, anche se non voleva venire e far pensare a quel porco che le stesse piacendo. Ad ogni leccata la sua resistenza si faceva più flebile, finchè un’esplosione di piacere la scosse.
Il professore ne approfittò subito e mentre Michela era ancora in preda agli spasmi la penetrò, questa volta entrando fino a metà. Michela, che non era abituata a quelle dimensioni provò a fermarlo, ma era troppo bagnata e spinta dopo spinta le stava entrando dentro tutto il cazzo di Rivelli. Quando fu tutto dentro, si bagnò ancora di più, ma non poteva farsi usare così:
- “Basta, la prego non prendo la pillola”
Rivelli continuò, e Michela aveva notato che il suo corpo si stava lentamente arrendendo. Ogni volta che si scopriva a cingere con le gambe la vita del professore o a stringere le sue braccia intorno a lui, lasciava la presa. Dopo un po’ di tempo si trovava di nuovo nella stessa posa, riuscendo a staccarsi con difficoltà crescente.
Non poteva credere a quanto era grosso e a quanto le stava piacendo, se si fosse concentrata poteva smettere di godere…ma se lo avesse fatto l’avrebbe dilaniata. Ormai sarebbe venuta, questa volta era andata così. Si strinse ancora di più al professore, lasciando prevalere il piacere dell’orgasmo ormai prossimo:
- “Aaah! Aaaah! Ahw!”
Disse Michela mentre godeva con il cazzo di Rivelli piantato nella fica fino in fondo. Rivelli sentì quella fichetta stretta pulsare sul suo cazzo, stringendolo e rilasciandolo a ripetizione, riempiendo la giovane donna con la sua abbondante eiaculazione.
- “Oh sì! Oh sì! Ti riempo di crema troia!”
Finito il colloquio, Michela si rivestì e tornò a casa. Fortunatamente le rimaneve solo Arbogoni da incontrare per un’ultima revisione della sua tesi.
Michela conosceva bene il professor Arbogoni e sapeva che non avrebbe mai approfittato di lei senza gli altri, così il giorno dopo indossò un altro vestito.
Questa volta nello studio di Arbogoni c’erano solo loro due. Arbogoni invitò la ragazza a sedersi dal suo lato per rivedere tesi e materiale insieme. Dopo qualche minuto di impeccabile attegiamente, Arbogoni poggiò una mano sulla gamba di Michela.
È solo una mano, si disse Michela cercando di scacciare i brutti pensieri, ma non voleva dare messaggi sbagliati così la spinse via. Il professore la lasciò fare, poi avvicino la sua sedia a quella di Michela e rimise la mano sulla gamba della studentessa, questa volta sotto il vestito.
Michela non voleva crederci, anche lui no, ma era così e lentamente la mano risalì la sua gamba. Era arrivata poco prima dell’inguine quando finalmente finirono la revisione.
Provò di nuovo a spingere via la mano, ma questa volta Arbogoni rimase dove era:
- “Professore?”
Arbogoni le prese la testa con l’altra mano, avvicinando le loro bocche. Michela aprì la bocca per dire qualcosa e lui la baciò senza troppe cerimonie. Intanto l’altra mano aveva raggiunto la sua fica, che aveva iniziato a masturbare. Poi Arbogoni liberò le tettone di Michela, e dopo averci giocato per bene la fece inginocchiare.
Tirò fuori il cazzo e Michela iniziò a succhiarlo controvoglia. Il professore però le prese la testa e le scopò la bocca, spingendolo fino in fondo e facendola soffocare. Ogni tanto allungava una mano sul seno di Michela, godendosi quei seni sodi e abbondanti.
Il trattamento andò avanti per una quindicina di minuti, finchè Arbogoni non le venne in bocca:
- “Fammi vedere quanta ne hai in bocca Michela”
Michela, con gli occhi lacrimanti, ubbidì mostrando al professore lo sperma che aveva raccolto.
- “Adesso puoi mandare giù”
Avrebbe voluto sputare, ma il senso di conservazione ebbe la meglio e ingoiò tutto. Che idee che le venivano in mente, chissà cosa le avrebbe fatto se avesse sputato!
L’unico pensiero che la mandava avanti era che fosse davvero l’ultima volta. Quando tornò a casa, andò direttamente in camera sua, si chiuse dentro a chiave e si gettò a piangere sul letto.